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sparo solo stronzate

Da cultura nasce cultura: una testimonianza

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Riposi sullo scaffale del supermercato, dopo averne controllato il prezzo, l’ennesimo Blu-ray incellophanato. Stavo cercando qualche offerta sui film per portarmene a casa qualcuno a buon prezzo e passeggiando tra gli scaffali del MediaWorld intercettai con l’orecchio uno stralcio di conversazione tra un ragazzo che avrà avuto al massimo una quindicina d’anni, assieme a suo padre e un loro amico. Quest’ultimo discutendo coi due, che girovagavano nel reparto dei CD musicali, chiese al ragazzo quale fosse la musica che preferisse ascoltare. Ero già pronto ad offrire alla mia mente un’immagine del mio volto disgustato e colmo di sdegno nell’apprendere che la risposta fosse “la trap”, o ancor peggio “un po’ di tutto” ma dovetti ricredermi subito, perché in maniera del tutto inaspettata il ragazzo rispose, con una certa sicurezza, “il jazz”.
Ricordo distintamente che sorrisi. Sorrisi tra me e me, non capendone neppure il motivo. Perché magari aveva dato una risposta tanto per dire oppure in giro ancora c’era qualche giovane con la passione per la musica suonata o forse fu una reazione istintiva per l’aver constatato come persino i ragazzetti di oggi potessero provare attrazione verso un genere musicale generalmente etichettato come desueto, da vecchi o anche solo “per intenditori”; un genere musicale che all’epoca non riusciva ad attirarmi neppure un po’. Non che lo odiassi o lo sminuissi, semplicemente come tanti altri generi e sottogeneri non incontrava i miei gusti e un po’ ciò era dovuto anche al fatto che mi fosse difficile comprenderlo, inquadrarlo, quindi lo ignoravo rispettosamente. Ad ogni modo lì per lì non diedi molto peso a quanto assistito, tornai a farmi gli affari miei e mi spostai verso il reparto videogame.

Non ricordo quanti anni siano passati esattamente da quando avvenne quanto appena raccontato, ma mi sono trovato a ripensare spesso a questo aneddoto e volgendo lo sguardo agli eventi che di lì a poco sarebbero successi non posso fare a meno di notare un certo filo conduttore che li unisce. Ho avuto modo più e più volte nel corso degli anni a venire di pensare a come sia successo che un genere come il jazz, che ho sempre reputato un genere ostile, complicato e sovente anche noioso, abbia potuto fare breccia negli intricati meandri dei miei gusti musicali. C’è stato un vero e proprio bombardamento di stimoli esterni e ora che me ne ne sono reso conto sono riuscito a distillare una lista delle cose che hanno segnato questo mio percorso, ognuna con il proprio tassello a creare il sentiero.
Mi ha fatto enormemente piacere constatare come questo sentiero attraversi trasversalmente ben quattro settori di intrattenimento diversi!

Quello che voglio fare con questo tuffo nel passato è analizzare alcuni tra gli infiniti motivi che portano le persone ad evadere dalla comfort zone una volta tanto e a cambiare idea su qualcosa che si credeva definitivo, espandendo le proprie sensazioni, affinando la sensibilità verso certi elementi ed arricchendo così il proprio bagaglio culturale.
E lo farò raccontando quello che è successo a me.

Cominiciamo.

L’inizio: videogiochi

Se siete tra quelli che non ritengono i videogame una forma d’arte completa al pari delle altre magari dovreste rivedere i vostri pregiudizi in merito. Oggigiorno poche cose come i videogame uniscono tante forme d’arte tutte assieme. Si potrebbe persino dire che alcuni di essi siano lavori addirittura più completi rispetto ad opere teatrali e cinema, pensate ad esempio alla componente interattiva che altrove manca pressoché ovunque. Ma non voglio approfondire troppo questo discorso, vi basti sapere che esattamente come avviene con il cinema, nei processi che accompagnano la creazione dei videogame, troviamo scrittura, arti visive e di design di vario genere, recitazione, teatralità, regia, modellismo e, ovviamente, la musica.

“Benvenuti a Rapture”

Credo che proprio un videogame sia stato ciò che mi ha piantato il seme in testa all’inizio. Si chiama Bioshock, venne pubblicato nel 2007. Oltre ad un’ambientazione molto suggestiva, una bella trama e un level design ispirato, il gioco proponeva come colonna sonora, oltre a quella orchestrale, pezzi musicali storici degli anni ’30, ’40 e ’50 di musicisti jazz e non solo, contestualizzati in una storia ambientata proprio in una versione “alternativa” di quegli anni. All’epoca non badai molto alle canzoni su licenza, che saltavano fuori in modo abbastanza sporadico nel corso della storia, ero attratto più da tutto il resto. Qualche tempo dopo però ho ripensato a quelle atmosfere e ho ricercato in determinati momenti delle mie giornate delle canzoni che ne ricreassero il mood. Fu poi grazie al servizio di Last.fm che iniziai occasionalmente ad ascoltarle in sottofondo mentre facevo altro, anche se si trattava prettamente di canzoni swing, orchestrali o big band.

L’intricata diramazione musicale

Immagino sia successo quasi a chiunque di fissarsi per un periodo della propria vita su un artista o un gruppo musicale, che poi magari diventa uno dei nostri preferiti; in questo modo siamo spinti ad ascoltare qualsiasi cosa esso faccia o pubblichi, aggiungendo alla lista anche eventuali collaborazioni o progetti collaterali e il tutto assume così le fattezze di un tronco nel nostro ‘albero delle preferenze’, che proprio come un albero vero si dirama in una moltitudine sfaccettata di generi, stili, band e artisti, uniti tra loro da poche ma fondamentali somiglianze; di somiglianza in somiglianza ci si sposta da un lato all’altro dell’albero, trovandoci a contemplare qualcosa che con quella iniziale non ha assolutamente più nulla a che vedere.

Passati diversi anni da quando giocai a Bioshock per la prima volta, nel 2013 tramite un programma radiofonico ideato, scritto e condotto da Devin Townsend (t’oh, il mio artista preferito di sempre!), in onda sulla ormai defunta webradio inglese TeamRock, scoprii un gruppo musicale di origini norvegesi chiamato Shining. Si imposero alla mia attenzione con un pezzo chiamato The Madness And The Damage Done, proveniente da un disco che pubblicarono appena tre anni prima intitolato, guarda caso, BlackJazz. Venni folgorato dalla potenza, dal caos e dalla schizofrenia di quella canzone, oltre che dalla tecnica musicale sfoggiata dai musicisti e ricordo di essere rimasto incantato dal fatto che il frontman accompagnasse le sue disperate e graffianti linee vocali, anziché con la solita chitarra che comunque suonava, con degli assoli e delle improvvisazioni di sassofono che in tutto quel fottuto pandemonio funzionavano dannatamente bene.

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Io vi avviso: potreste non capire.

Ho sempre avuto un debole per le composizioni che di primo impatto tendono ad allontanare l’ascoltatore occasionale per cui ero molto attratto dal lato estremo più che dalle contaminazioni jazz; mi avvicinò tuttavia un po’ di più a quei lidi, portandomi a chiedermi se mai avrei apprezzato un disco come quello privato del suo lato metal e noise.

Col senno di poi gli Shining diventarono anch’essi uno dei miei gruppi preferiti di sempre, quindi è facile notare come dal mio personale albero culturale sia passato di ramo in ramo e da lì verso qualcosa che iniziava appena a germogliare.

Anime jazz

Questo e il punto successivo avvennero non molto tempo dopo e a breve distanza l’uno dall’altro. E ancora una volta gli stimoli arrivarono da un diverso settore d’intrattenimento.

Qualcuno di voi avrà probabilmente sentito parlare della grandiosa serie animata giapponese Cowboy Bebop, che già nel titolo racchiude l’indizio fondamentale del perché abbia avuto un peso piuttosto rilevante in questo racconto. Anche ciascun titolo dei ventisei episodi richiamano in qualche modo generi, stili o tecniche musicali e canzoni famose.
Ambientata nel futuro, la serie narra le vicende di un gruppo di cacciatori di taglie in giro per il sistema solare, esplorandone i rapporti, il passato e i caratteri, il tutto condito da un marcato stile noir.
Un noir fantascientifico, sissignore.

Cosa c’è di meglio del genere noir a fare da cornice a della sana musica jazz?

A onor del vero questa serie l’avevo già vista anni prima, ai tempi d’oro di MTV Italia, quando in seconda serata mandavano in onda serie animate di un certo peso, ma ai tempi avevo beatamente sorvolato sull’intero reparto musicale; addirittura all’epoca ignoravo completamente che la parola Bebop fosse un termine che richiamasse un particolare stile di jazz; è stato solo riguardandolo che ebbi l’ennesimo stimolo.
Da lì finalmente attecchì e si agglomerò assieme a tutto il resto.

Non fu sicuramente la prima o ultima volta che tornai sui miei passi, volontariamente o meno, scoprendo qualcosa che prima di allora non avevo notato. Una scintilla che infiamma un’area dapprima non abbastanza stagionata; lo stesso Devin Townsend fu un’epifania che ebbi solo tornandoci svariati anni dopo averlo sentito la prima volta. Allo stesso modo, rivedere Cowboy Bebop, ebbe il gradito effetto di sviluppare un piccolo focolaio.

Cinema che suggella

Chiudono questa breve lista gli ultimi veri assenti finora: i film.
Nella fattispecie avvenne che una sera in cui ero particolarmente insonne decisi di guardare un certo film intitolato Whiplash. Probabilmente ne avrete sentito parlare, vinse alcuni premi Oscar® quell’anno e ovviamente l’argomento chiave dell’intero lungometraggio ruotava attorno alla musica jazz.
Ebbe il grande merito di illustrarmi quel mondo, sebbene in un’accezione non esattamente positiva; mi diede in pasto alcuni nomi dei più grandi musicisti dai quali iniziare il mio viaggio e lo fece con grande stile e brutale finezza. Per quanto il messaggio suggerisse di sacrificare la propria umanità per arrivare ad essere il migliore e di trasformare la tua passione in ossessione per raggiungere il tuo obiettivo, era tutto recitato così magistralmente, montato in maniera così impeccabile, e culminante in una scena finale così da brividi che ancora oggi mi emoziona come la prima volta. Ha dunque fatto sì che associassi questa precisa musica a quelle emozioni, marchiandole a fuoco, e regalandomi una discreta voglia di saperne di più.

Devin Townsend J.K. Simmons in una scena del film.

Anche il bellissimo film Birdman, che uscì in sala a ridosso di Whiplash, con la sua colonna sonora composta dalla sola batteria, ha contribuito in maniera minore a spargere benzina sulle fiamme.

Da lì è stato tutto in discesa e il viaggio è cominciato.

Da dove cominciare?

L’ultimo degli stimoli, anche se forse quello più marginale, visto che la macchina era già avviata, è stato probabilmente l’acquisto di un giradischi con Hi-Fi annesso, che mi ha portato diverse volte ad acquistare dei dischi per la pura curiosità di scoprire come sarebbe stato ascoltarli su vinile. Sì, il fascino del vinile ha contribuito in buona misura ad aggiungere quella ritualità e fisicità che mancava all’esperienza portandomi a chiedere al buon Giorgio di stilarmi una breve lista degli album secondo lui imprescindibili. Una volta partito da quelli, avevo già il mio piccolo groviglio di ramoscelli da cui iniziare a diramare sempre più.

Sembra una cosa scontata, in realtà inizialmente si ha questa sensazione di stordimento data dalla vastissima gamma di opere da esplorare. Del resto hanno avuto qualcosa come ottant’anni di evoluzione, è normale sentirsi un po’ spaesati. Io stesso, dopo qualche sparuto anno di fruizione non mi potrei mai azzardare a dire di essere diventato un APPASSIONATO di jazz, perché è pressoché impossibile esplorarlo in lungo e in largo in tutte le sue sfaccettature in così poco tempo. Quello che posso dire con una discreta certezza però è che ora, a differenza di prima, mi piace.

È stato grazie a questa scia di eventi che oggi con la mia ragazza facciamo colazione mettendo un disco jazz in sottofondo ad allietare il risveglio.
È grazie a questi eventi che se cerco qualcosa per rilassarmi oggi ho un genere in più in cui cercare e molto spesso TROVARE quel che mi occorre.
Ed è grazie a questi eventi che mentre vi scrivo ho una playlist a tema in sottofondo che mi massaggia il cervello.

Forme di intrattenimento diverse, hanno contribuito ognuna in piccola parte ad attuare nella mente di un ragazzetto abbastanza sicuro di quali fossero i suoi gusti musicali un inaspettato cambiamento. Anzi, un ampliamento. Insospettabile all’epoca, piano piano questa sorta di “linfa” culturale, passando di settore in settore, ha fatto breccia erodendo pregiudizi e fissazioni e scavando delle sottili vie d’ingresso, fluendo e influenzando, finché senza nemmeno che me ne rendessi conto ha reso accettabile, appetibile e infine apprezzato un qualcosa che solo pochi anni prima non avrei mai creduto di poter nemmeno lontanamente capire.

Sono spesso stimoli che trovano terreno fertile solo in determinati momenti della nostra vita, quelli in cui per un motivo o per un altro si è maggiormente predisposti ad assorbirli. Può essere la crescita, la voglia di tranquillità, di cambiamento o semplicemente di qualcosa di mai provato prima.

Questo apre tutta una serie di discussioni che si espandono a ben oltre la sfera musicale, poiché non si può pensare di far cambiare idea di qualsivoglia tipo a qualcuno semplicemente sbattendogli in faccia il prodotto finito e pretendendo che questi capisca e condivida il punto di vista altrui, specie se già dimostra una discreta riluttanza in merito. Alle volte basta un po’ di dialogo, altre volte è necessario fare leva sulle emozioni, altre volte ancora semplicemente non è il momento giusto.
È per questo motivo che se qualcuno mi avesse imposto di ascoltare la musica jazz senza alcun appiglio emotivo o culturale che sia, in un momento diverso da quelli che invece mi sono stati fondamentali, probabilmente non sarei mai arrivato nemmeno lontanamente ad apprezzarlo. Anzi forse sarebbe stato l’esatto contrario.

Quel che emerge alla fine di tutto è che le nostre esperienze e la nostra cultura condizionano quotidianamente in maniera sileziosa ed imprevedibile il nostro modo di guardare e di ascoltare il mondo, aggiungono strati su strati alla nostra personalità e talvolta, percorrendo a ritroso il nostro sentiero di vita, ci permettono di trovare una chiave di lettura a quel dettaglio dapprima inaccessibile o apparentemente insignificante ma che improvvisamente inizia ad avere un peso.

E quel dettaglio sarà a sua volta un punto da cui partire.
Ancora.

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