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sparo solo stronzate

Parentesi

My default image Foto ©Sara C. Parentini

Ultimamente penso spesso alla morte.

Sono pensieri che arrivano puntuali la sera, quando sono nel mio letto, attorniato dalle tenebre e dal silenzio. La mia mente inizia a scavare nei meandri più insospettabili delle mie paure e inizia ad analizzarne le superfici, si sofferma sui dettagli formulando ipotesi e generandone le relative sensazioni.

È un tipo di elucubrazioni che ogni tanto fa capolino anche nel corso della giornata, ma somiglia più a un fugace richiamo della durata di non più di una manciata di secondi. La sera invece è tutta un’altra storia. Mi tiene sveglio, mi dà da pensare, mette in discussione aspetti della mia vita che le esperienze sociali cercano di sradicare.

Perché questi pensieri? Perché ora?

Direi che la lunga lista di accadimenti personali più o meno recenti, nei quali la morte è stata sempre presente, ha contribuito e non di poco a seminare certe fissazioni. Tuo malgrado, dinnanzi alla scomparsa dell’ennesima persona cara, ti ritrovi ad essere sempre più diverso rispetto a prima, sono cose che ti cambiano, cambiano il tuo modo di guardare la vita e volente o nolente inizi a immaginare il tuo turno e a paragonare i vari scenari con quelli di cui sei stato testimone.

E probabilmente ti starai già chiedendo “perché farsi questi problemi alla tua età?”
Il mio corpo non è in perfetta salute, la mia famiglia ha una predisposizione genetica a un certo tipo di malattie e mi viene istintivo pensare di non poter statisticamente aspirare a una vita troppo longeva per cui non mi faccio certo illusioni, non posso fare a meno di aspettarmi un epilogo simile a quanto già visto altrove. Le questioni che mi tengono sveglio però sono anche altre e vanno oltre: tra quanto? quali dovranno essere le mie condizioni? Soffrirò? Lo saprò tempo prima oppure sarà inatteso e immediato? Sarà lunga? E se mi capitasse un incidente? Sopravvivrò? In che stato? Come reagirebbe la mia mente all’idea di rinunciare per sempre alla vita che conducevo prima?
Questa e una cascata di altri interrogativi vengono fuori dalla mia testa uno dopo l’altro come una lunga catena che, anello dopo anello, discende in una spirale sempre più lugubre e angosciante e che a sua volta si districa in variegati scenari per ciascuna delle ipotesi che ognuna di queste domande genera.

Capirai quindi che c’è da diventare matti arrovellandosi il cervello con queste cose e la frustrazione diventa ancor più evidente quando realizzi che effettivamente non sei così immortale come la società vorrebbe farti credere; l’eventualità che quello che hai sempre visto come l’ultima delle eventualità possa essere in realtà in agguato dietro l’angolo ti costringe prima o dopo a costruire ipotesi sul come lascerai questo mondo, su cosa ne sarà del tanto lavoro fatto, delle persone, dei ricordi e degli oggetti che in vita significavano tanto per te.
Normalmente conduci la tua esistenza immaginando per i tuoi cari e i tuoi amici, soprattutto quelli più giovani, un’ipotetica lunga vita e che non possano essere in nessun modo toccati dalle disgrazie. Poi invece succede e inizi a immedesimarti, ti rendi conto che, per quanto tu possa fare attenzione alla tua vita, molto spesso la tua sorte viene decisa dagli altri, che sei in balia di eventi che non puoi controllare, che qualsiasi cosa tu faccia sei esposto come chiunque altro alla tua fine e che – no – non è affatto scontato che arriverai a vedere la vecchiaia.

Se solo avessi un minimo di ottusa spiritualità potrei addirittura aggrapparmici per giustificare l’intrinseca inutilità della vita o quantomeno addolcire il pensiero della morte. Sì, sarebbe davvero bellissimo (e comodo) credere che, varcata la soglia, dopo la sofferenza esista una dimensione di pace e di rinascita, in cui si festeggia con le anime dei cari scomparsi e si guarda con occhio benevolo quelli che sono ancora in vita (ma solo se si è stati buoni e giusti, funziona come con Babbo Natale).
Riuscite a percepire quanto suoni stupida ed egoista questa cosa? Personalmente lo trovo un insulto all’intelligenza, una colorata storiella dalle tinte fiabesche fatta per allietare i coglioni e che va in contrapposizione con qualsiasi cosa la natura e la scienza ci insegnano; perché la natura, così come la vita stessa, non fa sconti a nessuno. È imparziale, crudele e assoluta nel suo procedere, e non c’è la benché minima speranza che i concetti umani (e in quanto tali inventati, modellati e limitati alla società umana) di giusto e sbagliato abbiano in qualche modo peso nel grande procedere degli eventi. E se non sono concetti applicabili alla natura, figuriamoci alla morte.
Non ci sono giudici, non ci sono spiriti e non ci sono posti dove andare. Si muore, punto e basta.

Una volta spenta la luce non c’è assolutamente niente ad attenderci, nemmeno il niente. Smetti di esistere e la tua coscienza si trasforma in qualsiasi cosa si trasformino le coscienze quando si spengono. Tutto tornerà ad essere esattamente com’era prima che nascessi, nessun tipo di ricordo o lascito da chissà quale esistenza passata o di uno stato precedente.
Provate ad immaginare come dev’essere quando la propria coscienza si spegne all’improvviso cessando di percepire l’esistenza senza nemmeno avere la consapevolezza di aver smesso di percepirla. Riuscite a comprendere perché è difficile prendere sonno con questi pensieri in testa? E riuscite perciò a capire perché le persone ricorrano a storielle inventate del cazzo al solo scopo di eludere il concetto che, alla fine di tutto, tutto non conta niente?

Sarebbe meglio procedere per la propria strada senza paranoie e godersi la vita come viene? È utile passare la vita a preoccuparsi di queste cose? Avrebbe più o meno senso passarla cercando di non pensarci? Se tutto quello che facciamo in vita non avrà alcuna importanza una volta morti, ha senso rispondere alle domande precedenti?

Di notte, queste e mille altre domande mi echeggiano nella testa, con gli occhi sbarrati e fissi inizio chiedendomi quale possano essere i percorsi di una strada dal traguardo già tracciato e finisco immaginandomi gli scenari più realistici ad attendermi una volta tagliato quel traguardo. Come chiunque altro spero sempre di abbandonare questo mondo in maniera serena, magari senza accorgermene o soffrire troppo nel mentre; una speranza anch’essa egoista e statisticamente poco realistica perché, siamo onesti dai, in una situazione globale come quella attuale che va peggiorando di anno in anno, qual è la percentuale di persone che se ne va così? Tra incidenti, malattie, uccisioni e sorti addirittura peggiori, potrei io aspirare a questo lusso?

Alla fine però mi viene sonno e mi addormento.

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