stuz

sparo solo stronzate

La prevedibile coda di un dubbio disatteso

Le mie certezze nella vita sono pochi punti fermi ma irremovibili, cose sulle quali so che posso sempre fare affidamento e che non mi deluderanno mai; mesi fa ho messo in dubbio una di queste certezze e ho rischiato di pentirmene a vita…

Di Devin Townsend ho già parlato in altre occasioni su questo blog, ma giovedì scorso il suo concerto è stato talmente catartico che ora sento la necessità di esternare la montagna russa di emozioni provate, anche solo per imprimerle grigio su nero fintanto che le immagini nella mia testa sono ancora vivide, in maniera tale da ricordare e rivivere l’esperienza in futuro attraverso queste mie parole, quando il ricordo di tutti i dettagli e le sfumature della serata saranno venuti meno.

L’annuncio del Metamorphosis Tour 2026, con la città di Asti come unica data italiana il 24 di settembre, arrivò a circa un anno di distanza dal concerto di Groninga (Olanda) durante il quale Devin presentò al mondo The Moth, il suo progetto più ambizioso di sempre; l’aver assistito ad un evento di tale portata, in cui Devin suonò assieme ad un’orchestra di un centinaio di musicisti, mi aveva lasciato con la pancia piuttosto piena. Il fatto che quello di quest’anno sarebbe stato invece un tour unplugged da solista – un setting che apprezzo molto di rado – e la scomodità di una location come Asti che si sarebbe portata dietro ulteriori costi e problematiche relative all’alloggio, mi avevano fatto vacillare a tal punto da desistere, non senza una discreta dose di amarezza e malinconia.

Poi, solo poche settimane fa, l’imminente anteprima del film-documentario Linkin Park Unshatter, fissata proprio per il 24 settembre a Milano, smuove le acque nello staff di LP Italia che inizia a discutere sulla partecipazione e sull’organizzazione delle trasferte. Ma a quel punto sorge un dilemma:«Potrò mai andare a Milano per un documentario sui Linkin Park dopo aver rinunciato a un concerto di Devin Townsend proprio lì a due passi?». Quasi ferito da questa prospettiva inizio ad informarmi su un’eventuale estensione della trasferta e magicamente tutti i pezzi del puzzle hanno iniziato ad incastrarsi. Tutto sembrava combaciare alla perfezione: il biglietto aereo per Milano che non costava un cazzo, gli orari della proiezione, i tempi di trasferta verso Asti incredibilmente compatibili con gli orari della proiezione, il mio collega di staff Dennis che aveva già comprato il biglietto per il concerto per cui avrei viaggiato in compagnia, sono persino riuscito a trovare un biglietto di seconda mano in prima fila per il concerto! Era scritto. Nel giro di due ore ho tutto il necessario per partire!

Milano, 24 settembre. Abbandoniamo il cinema intorno alle 16:30, dopo la proiezione del film (di cui abbiamo parlato qui), e arriviamo ad Asti a palla di cannone, quasi 3 ore prima dell’inizio del concerto.

Dennis e Stuz
Appena sbarcati

Nel cercare l’ingresso del teatro Palco 19, passiamo davanti a un cancello automatico incastonato tra le mura dell’edificio oltre il quale sentiamo distintamente provenire una musica dal sound familiare e subito dopo una voce inconfondibile, cristallina, potente: Devin e la sua crew stavano effettuando il soundcheck a pochi metri da noi.
Restiamo ancora un po’ lì sulla strada nella speranza di vederlo uscire e infatti, nemmeno dieci minuti dopo, vediamo avvicinarsi una figura che ad onor del vero abbiamo impiegato qualche secondo a riconoscere. Devin ci passa fugacemente accanto con un’insolito ramato pizzetto e un’aria apparentemente stanca, affaticata, un volto smunto e una camminata curva.
Lo salutiamo timidamente senza osare chiedergli o dirgli nient’altro. Lui di risposta ci sorride e si congeda velocemente con un «Oh hi, it’s good to see ya!», dopodiché sale assieme ad altre tre persone su un minivan parcheggiato lì nei pressi e si dilegua.
Basiti e preoccupati per lo stato psico-fisico del cantante, io e Dennis restiamo a discuterne per qualche minuto prima di spostarci al pub Basti, lì vicino, per un paio di birre, un panino e una pizza in attesa che arrivino le 20:30. Dopodiché ci avviamo nuovamente in cerca dell’ingresso del teatro, arrivando una mezz’oretta in anticipo sull’inizio dello spettacolo.

Il setting della serata.

Nel teatro, palco spoglio: sulla sinistra un tavolino pieghevole con sopra un mixer e un computer portatile, poco più dietro al centro una lavagnetta con un foglio di carta bianca e un rack con due chitarre acustiche e a destra due chitarre elettriche poggiate a terra sui relativi supporti; al centro dello stage svetta un microfono con l’immacabile bottiglietta d’acqua e a terra, davanti ai diffusori monitor spiccano due peluche rosa di axolotl e uno di un polpo. Stop.

Dennis prende posto qualche sedia più in là incontrandosi con due suoi conoscenti assieme ai quali aveva comprato i biglietti. Io raggiungo la sedia n°6 in prima fila e resto da solo con i miei pensieri, turbato dall’aver visto Devin in quello stato.
Solo qualche giorno più tardi, in un’intervista a Blabbermouth, Devin avrebbe raccontato in prima persona le difficoltà economiche e le dolorose vicende personali che hanno segnato gli ultimi mesi della sua vita, contribuendo a rendere particolarmente sofferto il suo ritorno sulle scene, dopo la pausa a tempo indeterminato dai tour annunciata in seguito a The Moth. Quelle parole mi avrebbero aiutato a comprendere, almeno in parte, perché quella sera mi fosse apparso così provato.

La platea inizia lentamente a riempirsi di gente e alle 21:00 in punto inizia lo spettacolo.
Devin entra in scena salutando e ringraziando tutti i presenti con il suo solito sorriso umile ma sgargiante. Come prima cosa prende in mano uno dei pennarelli sulla lavagnetta e inizia a disegnare qualcosa il cui significato lo lascio interpretare all’immaginazione di chi legge, visto che né io né Dennis né credo chiunque altro abbia capito cosa sia.

Suppongo che mi manchi qualche chiave di lettura…

Subito dopo le presentazioni e le introduzioni di rito, Dev imbraccia la sua chitarra e spiega a cosa stiamo per assistere: una sorta di retrospettiva della sua carriera in cui da quasi ciascun album suonerà una canzone che ne rappresenti lo spirito, che rispecchi in qualche modo il suo attuale stato d’animo o ancora che funga da tassello narrativo per collegare gli aneddoti e le varie fasi dello spettacolo. L’unico strumento ad accompagnare e a fare da sfondo al tutto sarà la chitarra (semi) acustica.

Con aria sollevata dopo un’iniziale preoccupazione sulle capacità e sull’interesse del pubblico di assistere a uno show dichiaratamente prolisso e smentita subito dai presenti che invece dimostrano grande interesse incoraggiando a gran voce l’iniziativa, Devin inizia ad intonare la canzone Funeral, presa dal suo primo album Ocean Machine.
Ragazzi, lasciate che ve lo dica: è stato proprio alla fine di quella canzone che ho realizzato che l’essere lì, in quel teatro, quella sera era stata la decisione migliore che avrei mai potuto prendere. L’enfasi e l’intensità con cui ha cantato quel pezzo sono bastate da sole a ripagare il costo del biglietto, far commuovere mezza platea – me compreso – e soprattutto a ricordarmi perché quest’uomo è uno dei pilastri della mia formazione culturale musicale.

La scaletta e la narrazione che l’accompagna proseguono in quello che più che un concerto si rivela essere un monologo a metà strada tra cabaret musicale e seduta terapeutica di gruppo. Vengono alternati moltissimi momenti di ilarità con altrettanti dall’alto fattore emotivo in cui il buon Dev, guardando al suo passato, snocciola aneddoti e racconti divertenti ma anche molto personali sulla sua vita, la sua carriera, sul suo modo di relazionarsi col prossimo, sul suo approccio al dolore, alla perdita, alla creatività, al periodo della pandemia o all’essere “costretto” a scendere a compromessi coi dettami di un’industria – quella musicale – che non accettava sempre di buon grado la sua proposta artistica. Seguendo questo iter vengono pescate da ciascun album canzoni rappresentative di quel contesto, in modo da ripercorrere in maniera mirata i vari eventi che hanno portato poi alla creazione dei lavori successivi, spiegando e giustificando i vari cambi di stile, di tono e di genere che si sono susseguiti nel corso degli anni.

Storm – video: Sara Romani

Durante il concerto – suddiviso in due atti intervallati da 20 minuti di pausa – si surfa con disinvoltura attraverso le innumerevoli sfaccettature stilistiche della sua carriera, passando per i tormentati anni degli esordi (Punky Bruster, Ocean Machine) al caotico periodo degli Strapping Young Lad fino a coprire le più recenti e complesse opere pubblicate con la Devin Tonwsend Band prima e con il Devin Townsend Project dopo.

Lo stile di esecuzione varia di brano in brano. Dev decide arbitrariamente il modo in cui ciascuna canzone meriti di essere suonata.
Nonostante la selezione dei brani sia per forza di cose programmata e attinente a un percorso più o meno prestabilito dalla scrittura dello show, la naturalezza e la sbarazzineria con cui vengono eseguite lasciano quasi pensare che Devin stia scegliendo sul momento cosa suonare e come farlo.
Per questo motivo vediamo alcune canzoni eseguite per intero, in maniera accurata e sopraffina, con l’utilizzo di pedali, effetti e backing tracks, mentre altre canzoni vengono storpiate, velocizzate, troncate, suonate malamente e quasi controvoglia; normalmente The Mighty Masturbator sarebbe una canzone di 16 minuti estratta da uno dei suoi album più tecnici e complessi di sempre ma Devin la introduce annunciando: «ormai è da cinque spettacoli che ci provo, ma questa canzone ancora non riesco ad impararla…». Inizia l’arpeggio iniziale, lo sbaglia, prosegue, incespica nuovamente ma continua lo stesso, poi inizia ad imitare le note con la voce e dopo nemmeno un minuto diserta in maniera dissacrante l’esecuzione dicendo: «Beh, ho speso duecentomila dollari per produrre e realizzare quest’album e quanto avete sentito è tutto ciò che lo rappresenterà stasera. Andiamo avanti.» Applausi e risate.

Deep Peace – video: Sara Romani

Mi rendo perfettamente conto che raccontato così, agli occhi di chi legge, può sembrare uno spettacolo di merda. Eppure la vera forza dello show sta tutta lì: c’è l’artista con il suo strumento e quasi nessun altro elemento di produzione a supporto; messo a nudo sotto i riflettori a suonare e parlare a cuore aperto della propria vita e carriera sotto lo sguardo ammirato, divertito ed emozionato dei presenti, lì a ricordare esattamente cosa la vita gli stesse riservando nei periodi in cui quei lavori sono usciti.
La nostalgia e l’amore per quelle opere trovano finalmente un contesto “ufficiale” di nascita ed esistenza direttamente dalle parole del loro creatore, mai come prima d’ora così umano, fragile, vulnerabile e mai come prima d’ora così segnato – come chiunque – da ciò che la vita gli ha riservato. Viene naturale immedesimarsi con quanto detto sul palco tra sorrisi agrodolci, rutti e battute anche abbastanza irriverenti; si percepisce sia tutto l’amore dell’artista verso la sua musica che quello per l’artista da parte del pubblico, che non si risparmia nell’incitarlo urlandogli frasi d’affetto salvo poi ascoltarne in religioso silenzio le esibizioni canore e strumentali.

A fine concerto, dopo l’ultima canzone, i saluti e i ringraziamenti, da grande uomo quale è, Devin si avvicina a bordo palco e rapidamente tutta la gente in platea e anche quella dalle gallerie si ammassa sotto di lui per cercare di strappare una fugace stretta di mano, un autografo o un saluto. E lui resta lì, per svariate decine di minuti, parlando con TUTTI, gentile e sorridente dall’inizio alla fine. Nel vederlo così, accerchiato dai fan, mi si riempie il cuore di gioia. Avrei potuto perdermi tutto questo, avrei rimpianto questa serata per il resto della mia vita e invece ero lì, per una fortunata combinazione di eventi, neanche fosse destino.

Foto: Thomas Testa, Facebook

Ho incontrato Devin altre volte nel corso dei suoi tour ed anche questa volta sono riuscito a stringergli la mano, a ringraziarlo per l’artista e la persona che è, per aver reso memorabili tanti momenti della mia vita. Ho assistito a svariati suoi concerti, alcuni di essi davvero colossali e dall’altissimo valore produttivo ma devo essere sincero con me stesso: il concerto di giovedì è stato qualcos’altro.

Lasciamo il teatro (e 15€ al banchetto del merch in cambio di un CD autografato) con la sensazione di aver visto qualcosa di magico ed irripetibile, forse proprio perché imperfetto; ho scoperto un lato del mio artista preferito che non avevo mai visto e che ben rappresenta le motivazioni dietro la scelta di chiamare il tour “Metamorphosis Tour”. Mi sono emozionato, ho riso di gusto e mi sono ricordato perché io ami così tanto quest’uomo che non ha bisogno di impianti stratosferici per dimostrare la sua grandezza.

Grazie di tutto, Dev.

Sono le 23:00 circa. Ci dirigiamo verso l’auto felici e soddisfatti, ci aspetta un’ora e mezza di viaggio verso Milano, la strada è sgombra. Tra uno scambio di opinioni e l’altro con Dennis mi ritrovo a rimuginare su quanto assistito e a quanto questa serata mi abbia lasciato dentro qualcosa di importante.

Avrei tanto voluto chiedergli di cuore un “come stai?”, avrei voluto che percepisse dalle mie parole quanto affetto fraterno provi nei suoi confronti sia come artista che come persona; avrei voluto bere un caffè assieme a lui, parlarci, scherzarci come si farebbe con un vecchio amico. Sono cresciuto con lui, invecchiato con lui e con la sua musica, mi ha accompagnato in talmente tante fasi della mia vita che lo reputo ormai quasi come uno di parenti lontani che vedi di rado ma che sanno sempre regalarti momenti speciali quando passi del tempo assieme a loro; un punto fermo della mia vita, che non mi delude mai.

Una certezza.